La ragazza dietro al bancone risponde: Ma certo!
Così salgo in camera con la mia pinta di Tennants. Anelli di schiuma a tracciare i sorsi. La camera è ancora per aria. Mi spoglio lentamente e un po’ dolorante. Sulla pelle un velo di sali cristallizzati come sabbia fine. Un altro sorso gelato e riparatore e mi ficco in doccia. La doccia calda dopo la corsa, la birra gelata a condensarsi, il grande specchio appannato, il vapore, il silenzio di mezza mattina di questa camera d’albergo: il primo vero coronamento di questa gara, poi verranno gli amici i brindisi e una cena alla Bud Spencer. Poco prima della partenza si è rovesciato un acquazzone, aspetto fino all’ultimo minuto prima di schierarmi. La pioggia come è arrivata se ne è andata. Siamo tutti in posizione. 8 del mattino. Fa freddo, il cielo è una coperta grigia striata d’azzurro. Nuvole di nebbia e pioggia fine qui e lì. Bang. Parto con un ritmo sfidante – pick the right pace for yourself, eh è una parola, devi tendere la corda ma non farla spezzare, ma neanche lasciarla lasca, dai! – l’asfalto è bagnato, nessuno parla, tutti pensano, tutti concentrati in qualcosa, diretti verso un punto, correndo lontano da qualcuno o qualcosa, a scongiurare fantasmi, a pensare a una pinta gigante. Dopo poco siamo fuori dalla città, fiori gialli su dirupi rocciosi. Spettatori domenicali coronati dalla nebbiolina del mattino. Il mare arriva al 32esimo minuto. E’ silenzioso. Cela nella nebbia il suo orizzonte. Offre onde basse che si susseguono a grappoli, e poi niente. Acqua cheta (cit.). Laggiù sulla sabbia sagome solitarie si muovono al seguito di cani che fingono di cercare mostri marini spiaggiati, giocano a scovare gli odori degli abissi. C’è un signore tenace dietro di me che respira come un mantice. Mi sta alle calcagna. Al rifornimento mi supera, bevo, getto la bottiglietta da 25cl, lo supero, non lo risentirò mai più. Arriviamo all’ippodromo, è l’arrivo ma il percorso ci spinge a sud ancora per un tratto, inversione di marcia e ritorno all’ippodromo, il traguardo, ma il dannato turning point non arriva mai. La stanchezza si fa sentire, non intendo spingere troppo prima del turning point. Finalmente arriva. Spettatori a suonare strane vuvuzelas. Quello che ho ancora in tasca posso tirarlo fuori. Entro nella pista tra i fantasmi di fantini al galoppo, il traguardo campeggia in fondo al rettilineo. Butto dentro tutto quello che rimane. Sì, ma posso salire in camera con la birra?
Il giorno prima, nello stesso bar dell’albergo:

TAGS:
Il viaggiatore incantato, Giuseppe Cederna, Uno bravo, Tutti vogliono il tuo bene, Non darglielo (cit. rip, un altro bravo), Adesso un po’ di musica.










