Fuori è ancora buio, sono da poco passate le 5.30. Ancora qualche preparativo e sono pronto per partire, mi metto un po’ di crema solare sul viso, più tardi il vento e il sole potranno essere ostili. Finisco di bere il caffè. Sono pronto.
E’ sempre la stessa storia, la stessa levataccia, sono tutte uguali le levatacce, ti alzi prima del sorgere del sole, ti trovi in strada che è ancora notte, semafori gialli, strade deserte come i quadri di De Chirico. In autostrada solo pochi camion, l’est di fronte, nello specchietto retrovisore è ancora notte, l’alba arriva da lontano, all’orizzonte si gonfia lento un bagliore. E già sei contento di esserti messo in moto in questa cosa. E’ sempre la stessa storia. L’autostrada corre veloce ai bordi di campi, paesi e città, tu spettatore invisibile, non vedi anima viva, tutto è intatto e lontano, pulito e preciso, lento e silenzioso, pare di guardare gli alveari urbani dall’alto di un aereo. Brescia centro, parcheggio, bus navetta, Marathon Village, spogliatoi. Pronti…è sempre lenta la partenza, tra una grande folla, arriva lo sparo, corridori a diluirsi lungo il nastro del percorso, poche centinaia di metri e puoi impostare il tuo passo. I primi chilometri li scavalchi sereno, i cartelli che li marcano si susseguono veloci, 7 km, 8 km, …, 12 km. Arrivi al 21 chilometro che sono trascorse due ore. Cominci davvero a sentire la stanchezza. Ma è solo una voce lontana. Al venticinquesimo chilometro la voce si fa sentire distintamente, senti solo lei. Inizia il percorso mistico. Hai davanti a te uno stradone rettilineo senza senso, non arrivi a vederne la fine, periferia sud, dopo un’eternità giri a destra, a costeggiare le alte mura di un carcere, torrette per le guardie armate, vetri antiproiettile, alta grata di recinzione, trentesimo chilometro. Ne mancano ancora due per rispettare il piano di allenamento. I punti di ristoro compaiono come postazioni in mezzo al deserto e i loro addetti ti guardano come custodi di frontiere remote, uomini dalla storia misteriosa, relegati a sostenere sfiniti e solitari maratoneti, in mezzo al nulla di campagne e periferie. Hic sunt leones. Superare i 32 chilometri e fermarmi, interrompere la corsa, iniziare a camminare, lento in questo sole di campagna a mezzogiorno passato. Via Malta. Un sentiero di campagna che affonda dentro alla pancia della città costeggiando la centrale per lo smaltimento dei rifiuti. Superare i 32 chilometri e fermarmi significa arrivare sul bordo di qualcosa, la maratona inizia lì, andare oltre, saper affrontare il resto con scioltezza, richiede esperienza e autocontrollo, saper tenere il ritmo, con un sorriso interiore, anche se tirato dai dolori e dalle contrazioni che dalle gambe, su su, salgono fino a sotto la pelle del viso. Qui, ora, tutto assomiglia a certe storie di Soriano, qui tutto assume la sfumatura del sogno e presto ti assale qualcosa come il runner’s blues di Murakami. Triste, solitario y final. Ma solo per poco, perché alla fine sei arrivato, e questa pasta con il ragù Star è buona come una mattina d’estate.
Musica!