Deve essere il sole con questo bel freddo secco e pungente o il cielo azzurro, non so, ma oggi ho voglia di cantare questa canzone (Radiohead ~ Let Down).
Rallegratevi…la nostra è solo una vicinanza virtuale.
Archivio per novembre, 2008
La canzone del giorno.
Postati in Musica su 26/11/2008 da DavideNon perdiamoci di vista
Postati in Fotografia, Plenty of time su 23/11/2008 da DavideDice di mantenere il contatto visivo, di mantenere alta l’attenzione dell’audience. Dice di porre domande e coinvolgere il pubblico, dice di tenere a bada i “cattivi”, non lasciargli spazio, se ti puntano e sparano, non ignorarli, considerali: torcigli il polso fino a fargli rivolgere l’arma contro al petto, ci penseranno due volte prima di sparare ancora. Dice di adottare il metodo delle tre palle: dì cosa stai per dire, dillo, dì cos’hai appena detto. Dice di sorridere, ed è la cosa più difficile da fare. Poi ti riprende e alla fine proietta la scena, sezionandola, esaminandola con il gruppo. L’occhio digitale a mutare l’azione, l’osservatore a mutare l’osservabile. Da non riconoscersi. Come quando incontri un amico ed è una piccola festa e vi scattate una foto fai da te con il cellulare, ed esce una faccia che non è la tua e anche l’amico non è quello che hai visto un minuto fa. Dannate foto digitali.
Parte il tigì, costruito a mo’ di varietà, un chiacchiericcio insulso, pare di vivere in una grande portineria, tra pettegolezzi e inutili viavai, non sai nulla di quello che realmente accade ai piani del condominio o nelle piazze, e quando lo capisci, o ti fai un’idea vaga e artificiale, scatta la sensazione So What, come quando senti parlare Marco Travaglio o guardi Report. Poi pensi allo sguardo di questa donna, pensi ai suoi sedici chilometri quotidiani, all’indisturbato rimestio di violenza e morte. Così lontano e invisibile da risultare inesistente.
Ripensi a “Shirin” di Abbas Kiarostami, allo sguardo delle 114 attrici iraniane (+ una Juliette Binoche) inquadrate nel buio di una sala, mentre assistono alla proiezione del poema persiano “Khosrow e Shirin“. Sui volti delle donne spettatrici baluginano le immagini che scorrono sullo schermo, tutto è fuori campo, la causa è fuori campo, l’origine è fuori campo, la storia è fuori campo, dentro agli occhi della cinepresa solo l’essenza e l’effetto di una storia d’amore.
E ripenso alle espressioni di questi ragazzi (qui l’articolo su Telegraph) risucchiati anima e corpo dentro a un video game.
Non so oggi dove poter stare o cosa fare di preciso, mi sforzo di esserci e di guardarmi allo specchio, cercando di riconoscermi il più delle volte.
Cartolina per il Connecticut
Postati in Fotografia, Mondo, Musica, Spettacolo su 03/11/2008 da Davide(Foto di una) foto di Robert Frank.
Quic’è la cartolina in formato maxi.
Robert Frank. Lo straniero americano ~ Palazzo Reale fino al 18 gennaio 2009, Milano.
Caro Egine,
qui piove, però è un bel piovere: l’asfalto è bagnato e lucido, il cielo è terso e ha grandi nuvole, l’aria sa di pulito. A me sembra tutto molto bello, anche se forse piove la solita pioggia fredda e sporca.
Ti abbraccio e ti lascio con una canzone che trovi dietro alla foto scattata dal tuo lontano amico.
Davide
This is an unbelievable crowd for this kind of weather
Postati in Mondo su 01/11/2008 da Davide
La foto, che parla da sola, arriva da qui
Esci in fretta e corri. Piove. La Centrale è ancora smaccatamente work in progress. Sfatta. Cerchi un canale per raggiungere i binari. Tapis roulant traslano persone a scomparire sotto al filo del piano, mezzi busti emergono. Uniformi. Solidali. Il 18:10 è segnato in partenza, sul binario 17. Compare un muro compatto di persone e trolley. Impenetrabile senza indossare un guizzo d’urgenza. Forse halloween o i morti o tutti i santi…o come si chiama. Scavalchi, scansi, schivi. I bar sono aperti e illuminati. Torte pre-affettate campeggiano composte nei frigoriferi. Caffè al banco. Tazzine piene. Tazzine vuote e segni di rossetto di labbra già lontane. Le edicole sembrano grandi carillons rivestiti di fotografie e pagine di giornale. Pare di essere dentro a certe pagine di America (Kafka n.d.b.). Puzzle di annunci metallici diffusi tra i binari. Treni che svaniscono in due puntini lontani, laggiù, in fondo in fondo, dove il cielo aperto li riprende con sè. Stridori che arrivano, con calma inesorabile. Velocità che si estinguono in una fila di porte aperte, che schiude mille occhi, arrivano scarpe e giacche, valige e appuntamenti. Pare America, dove scorrevano file interminabili di auto, pochi centimetri tra un paraurti e l’altro, impensabile attraversare, flussi inarrestabili di automobili enormi e luccicanti. E le hall dei grandi Hotel, sempre aperte, quelle hall tutte uguali dove non c’è distinzione tra il giorno e la notte, e la luce è quella soffusa, quella di un giorno privo di Sole, di una notte senza buio, la luce della vita mortale (cit.). E gli ascensori, senza sosta, giù e su, l’ora non conta. I turni degli addetti agli ascensori. I turni sono tutto, l’uomo che presidia, in un alternarsi infinito. Arrivi al binario 17, e quello che vedi è un binario vuoto. Un binario tronco. Vuoto. Segui con gli occhi quelle lame lucide.
In fondo: due lanterne, pescherecci lontani sotto al cielo che piove, sfilano lente lungo questi stessi lucenti binari. Quasi tocchi il binario ripiegato contro i respingenti, al termine del suo cammino. E quasi arrivi a toccare il freddo del treno laggiù. Quasi.
Presto ne partirà un altro.





