Ben distribuiti nel tessuto urbano, uno qui uno lì, la cartoleria, il salumiere, il macellaio, la merceria, la rosticceria che faceva un vitello tonnato superiore, il negozio di vestiti usati, il negozio Pirelli (materassi, stivali in gomma e un mondo di gommapiuma), il pescivendolo, la latteria, il negozio di colori (tele, colori ad olio, bombolette, pennelli, trielina), le sorelle Pompini (aperte anche fino alle 8 passate, cenavano e viveano nel retrobottega, trovavi di tutto: pannolini, uova, pane, surgelati, latte, piatti pronti, vino, c’era un’intera parete ricoperta di pasta, biscotti, pelati, tonno, wc-net, domopak. Carissime), il negozio di lampadine e piccoli elettrodomestici, la pelletteria, l’antiquario, il negozio che vendeva acquari e pesci vivi che a visitarlo era anche un viaggio negli abissi tropicali, che allora mica c’era l’acquario di Genova, il negozio di giocattoli, il fruttivendolo, la macelleria equina; attività commerciali, insegne dipinte a mano, saracinesche e commercianti, questo mi sarebbe piaciuto fotografare, qualche anno fa, ché la sensazione era di avere a che fare con qualcosa di molto precario, di lì a scomparire. E così è stato.
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E con questo cosa volevo dire? Risparmio il pistolotto sulle città dormitorio e sui centri commerciali (Shopping e divertimento per tutta la famiglia, cit.), c’entra il caro-euro o il caro-vita? Le scarpe di Tess o la globalizzazione?
Dimenticavo…oggi è il primo di settembre, riponete i bermuda, infilatevi le scarpe e allacciatevele bene, srotolatevi le maniche della camicia e abbotonatevele, sì anche il primo bottone in alto, pronti?….
Si parte.