Archivio per aprile, 2008
Sui germogli il gelo e il fuoco.
Postati in Lampadine su 23/04/2008 da DavideA casa mio padre mi convocò nel suo studio per ripassare i progetti come d’abitudine. Già allora, era il terzo anno che stavamo in campagna, teneva sulla scrivania le sue cartelline colorate e righelli e compassi e penne stilografiche e matite d’ogni tipo. Ricordo persino dei diagrammi su carta millimetrata appesi al muro.
Teneva i gomiti poggiati sul tavolo e con le punte delle dita piantate nelle tempie si sosteneva la testa piena di pensieri. Tutta la pelle intorno agli occhi si stirava verso l’alto e il viso acquistava un che di spaventoso. Era la sua posizione, quella che precedeva le affermazioni categoriche e incomprensibili. Stanotte gela, sussurrò con un filo di voce, come chi confida un segreto grande terribile e vuole che su quel filo la gente tremi, e il gelo brucerà i germogli delle pesche…il raccolto sarà nullo. L’ultima frase fu preparata da un lungo silenzio e venne giù di taglio all’improvviso. Non trovai argomento per ribattere alle sue profezie, allora ero un ragazzino e non avevo capito che si può parlare anche quando non si ha nulla da dire. Dalle sette di sera mio padre cominciò a lanciare occhiate avide al termometro appeso fuori della finestra, ogni cinque minuti, e ogni tre controlli usciva all’aperto per respirare a pieni polmoni una boccata d’aria fredda. Tornava in poltrona con il sorriso di compiacimento, di chi, unico incompreso, intuisce la rovina e quasi ne gode. A quel tempo aveva ancora una totale fiducia nell’intelligenza e nella carta millimetrata.
Il fattore, io e gli altri tre uomini fatti rimanere e già semiubriachi, correvamo verso i campi con le tasche piene di fiammiferi e una tanica di benzina per uno.
Dopo un’ora centinaia di falò costellavano la notte, e nella luce si stagliavano le file dei peschi, simili ad astrusi ideogrammi, e la grande casa, e il porcile, e la stalla, e la quercia immensa, e ogni ciuffo d’erba, ogni impronta d’uomo o di volpe, ogni improvviso trascolorare dei volti. Uno spettacolo imperiale. Mio padre, insaccato in un cappotto nero, con in testa un cappellaccio e al collo una grossa sciarpa di lana che gli scendeva fino ai ginocchi, zompettava lungo i vialetti per verificare l’esattezza delle sue tesi. Non senti come l’aria si fa più calda, come spazza via il gelo?, mi gridò in un orecchio per superare il fracasso infernale del fuoco, in quel momento avrebbe consegnato alle fiamme anche la sua gamba matta, purché facesse più caldo.
Qua e là qualche pesco fu attaccato dal fuoco, e di ramo in ramo vedevo le fiamme saltare come passeri rossi sugli alberi vicini. I cani abbaiavano impazziti e distinto nel cuore della notte s’intese il canto del gallo.
Accanto a me il fattore contemplava con la bocca aperta quell’insolita nottata di sole, e i suoi denti accavallati mi apparvero pieni di luce. Mentre cospargeva di benzina le balle di fieno, e anche dopo, quando uno dopo l’altro aveva visto accendersi i falò sotto le sue mani, ancora non aveva voluto capire, il lavoro per cui veniva pagato ancora non era stato eseguito e non poteva permettersi di giudicare, ma adesso che tutto bruciava, che il novanta per cento dei peschi crepitava allegramente e diffondeva luce sulla terra e sul cielo, lo vidi con le lacrime in bilico negli occhi: una rivincita così brutale non se la sarebbe mai augurata, gli metteva addosso uno strano senso d’infelicità che somigliava alla morte.
Forse avrebbe dovuto rifiutare gli ordini, e il gelo si sarebbe mangiato i germogli, e il raccolto sarebbe stato nullo, ma non ci sarebbe stata questa luce abbacinante che scopriva i volti e non lasciava un’ombra in cui rinchiudersi per riposare. Nella cenere che vorticava per l’aria e inaspriva la gola, fino all’alba cercammo di porre rimedio all’incendio, di arginarlo almeno, con i secchi d’acqua, con qualche coperta strappata ai letti, con i forconi della stalla, ma fu inutile, tutto arse sino alla fine, come da qualche parte, su qualche foglio che mio padre non aveva ricontrollato, era segnato che fosse. Per fortuna le fiamme, spinte da un vento clemente, si volsero nella direzione opposta alla casa e alla quercia… La mattina dopo mio padre ed io facemmo come sempre colazione insieme: una volta sola, passandoci il burro, ci guardammo negli occhi, ma fu sufficiente per capire che ad entrambi di ciò che era accaduto non importava molto…
~ Diario di un millenio che fugge – Marco Lodoli – Einaudi
Me gustan los aviones, me gustas tu.
Postati in Plenty of time su 22/04/2008 da DavideBp mi incatena con sei cose che me gustano.
Dunque, me gustas:
~Lavare il vetro dell’auto con quella spugna che si trova dai benzinai.
Un manico lungo con in cima una spugna e dietro alla spugna una specie di piccolo tergicristallo. Mi piace togliere l’acqua insaponata e fare le facce al passeggero, mentre il vetro – corsia dopo corsia – si fa asciutto e trasparente.
~La focaccia alle cipolle.
Ligure, da mangiare in spiaggia dopo il bagno.
~Attraversare le vie ventose.
Ogni città ha una via ventosa, sempre e ad ogni ora.
~Dormire al pomeriggio.
Svegliarmi riposato, per il resto del giorno e della serata.
~Svegliarmi la mattina, aprire la finestra e guardare cosa c’è.
In un luogo nuovo, raggiunto la sera prima con il buio inoltrato.
~Mi piace camminare sulla sabbia e sull’erba, a piedi nudi.
Questa cosa piace un po’ a tutti, finché non si pesta una sorpresa.
Altre cose poi, che ora mi sfuggono..
Passo la palla a Locanda (uno che fa per sei).
La catena si chiama «le sei cose che mi piace fare».
REGOLAMENTO:
- indicare il link di chi vi ha coinvolti
- inserire il regolamento del gioco sul blog
- citare sei cose che vi piace fare e perché
- coinvolgere altre sei persone
- comunicare l’invito sul loro blog
La salute bene, grazie.
Postati in Lampadine su 15/04/2008 da DavideIl ragazzo si alzò e lasciò errare lo sguardo su quella scena desolata, e allora vide, ritta e solitaria in una piccola nicchia fra le rocce, una vecchia in ginocchio, avvolta in uno scialle dai colori sbiaditi, con gli occhi fissi a terra.
Avanzò tra i cadaveri e si fermò di fronte a lei. Era davvero molto vecchia, e la sua faccia era grigia e pareva di cuoio, e nelle pieghe della veste si era raccolta della sabbia. Non alzò la testa per guardarlo. Lo scialle che le copriva il capo aveva quasi perso il suo colore, eppure lasciava scorgere, con un marchio intessuto nella stoffa, figure di stelle e quarti di luna e altri simboli di una provenienza a lui sconosciuta. Le parlò a bassa voce. Le disse che era americano, e che era molto lontano dal paese in cui era nato, e che non aveva famiglia, e che aveva viaggiato molto e visto molte cose, e aveva combattuto e affrontato molte privazioni. Le disse che l’avrebbe portata in un posto sicuro, presso qualche comitiva di suoi connazionali che l’avrebbero accolta, e che avrebbe dovuto unirsi a loro perché lui non poteva lasciarla lì altrimenti sarebbe sicuramente morta. Si piegò su un ginocchio, appoggiando il fucile davanti a sè come un bastone. Abuelita, disse. No puedes escùcharme?
Allungò la mano nella piccola nicchia e le toccò il braccio. Lei si mosse un poco con tutto il corpo, leggera e rigida. Non pesava nulla. Era solo un guscio vuoto, ed era rimasta in quel luogo, morta, per anni e anni.
~ Cormac McCarthy – Meridiano di sangue – Einaudi
La canzone del giorno (cit.)
Postati in Plenty of time su 11/04/2008 da DavideBravo è bravo
Postati in Lampadine su 07/04/2008 da DavideHo fatto così tanto.
Sono stato così bravo.
Sono stato così maledettamente bravo.
Ero bravo all’asilo. Ero bravo alle elementari.
Ero bravo alle medie. Al liceo ero bravo da fare schifo, non solo negli studi, ma anche socialmente. Ero bravo senza essere un secchione, senza essere quello che studia solo per l’interrogazione, a volte ero ribelle e impertinente e trattavo i miei professori al limite del consentito, eppure ero il preferito, e per riuscirci uno deve essere bravo fin quasi da far schifo, me ne rendo conto adesso. Studiavo da bravo e avevo una bravissima fidanzata che ho sposato da bravo, circondato da bravi amici dopo che mi era stato offerto un posto così da bravo che non ha fatto che spalancarmi le porte ad altri posti da bravo. Poi abbiamo avuto dei figli con cui siamo stati bravi, abbiamo trovato casa e l’abbiamo messa a posto da bravi. Non ho fatto che girare in tondo in tutta questa bravura per anni. Mi sono svegliato dentro, mi sono addormentato dentro. Ho respirato bravura e a poco a poco ho perso la mia vita. E’ così, me ne accorgo adesso. Dio non voglia che i miei figli diventino bravi come me.
~ Erlend Loe – DOPPLER vita con l’alce – Iperborea
Questo Erlend Loe è uno bravo, qui avevo già messo una Lampadina tratta dal suo libro Naif.Super.
Il canto della solitudine collettiva
Postati in Mondo, Plenty of time su 04/04/2008 da DavideUn sacchetto trasparente con una mela verde, due biscotti ricoperti di cioccolato amaro, due fette di pane dolce. Una bottiglietta d’acqua. In pochi minuti ho finito tutto, mangiando e bevendo lentamente e godendomi l’arrivo degli altri, seduto sugli spalti dello stadio. Il sole è quello delle undici, un bimbo ormai cresciuto.
Cerco l’amico Saetta McQueen, deve aver staccato un tempo da tuonato, senza batter ciglio. Lo vedo mescolato alla gente che comincia a raggranellarsi allo stadio, è insieme alla maga, la mia Voghera Housewife favorita, lei deve avere appena tagliato il traguardo, si scambiano coccole e lodi, in lontananza. Presto arriveranno gli altri amici maratoneti. Quelli veri. Il primo è Alì il chimico, leggero come il vento. Poi IronMan. Poi Lisbona.
La salita per arrivare allo stadio odora di cemento armato e taglia le gambe, preferivo quella grotta primordiale, un budello scavato nella roccia nuda compatta e gocciolante. Percorrerla inspirando dal naso, aria fresca e ombreggiata, con ancora la musica festeggiante della band reggae nelle orecchie.
Le giornate a contatto del mare sono sempre parte dello stesso giorno. Un solo lungo giorno. Intermezzo è la notte, intermezzo è un periodo di mesi o anni trascorsi dentro alle città dell’entroterra, poi torni sul mare e riprendi a vivere quel giorno di sempre. Il mare è una cosa grande.
Inizio a lambirlo. In una piccola baia con dei sassi bianchi vedo gente che nuota. I primi bagnanti della stagione. Ho superato la stanchezza, i passi sono elastici e il corpo trasmette una percezione di leggerezza, corro con gli occhi e il respiro, avvicinandomi ad una ragazza bionda con un cappellino da baseball, curatissima, sembra Paris Hilton, solo più bella, solo più giovane, solo più spontanea, soprattutto quando saluta una specie di maggiordomo che esce da un palazzo con un cane al guinzaglio, ricambia con un misto di sorpresa, riguardo e orgoglio paterno. La supero. Ci sono riferimenti che aiutano a segnare l’andatura. Tipo i peacemaker che corrono per tutta la durata della maratona a velocità costante, e a te basterebbe correre al loro fianco – come certi piccoli pesci che nuotano all’ombra di pesci più grandi – per staccare le tue belle e precise 3 ore o 3 ore e 30″ o 4 ore.
O le lepri che resistono poco e si danno il cambio perché segnare il tempo per Haile Gebrselassie – per dire un nome – che corre i 42.195 km in 2 ore 4 minuti e 26 secondi (record del mondo stabilito nella Maratona di Berlino), non è un gioco da ragazzi. E no che non lo è.
Insomma, i riferimenti sono importanti, li segui da lontano, te li tieni al fianco, poi arriva un momento che sei solo perché il tuo riferimento ha ceduto o è scomparso all’orizzonte. Corri lo stesso e stai andando bene, ti senti bene, i palazzi sono altissimi, quasi dirupi sul mare, i balconi ospitano attrezzi da palestra rivolti verso l’orizzonte, la gente ti saluta, ti applaude, ti incita o ti dice semplicemente Bon courage.
Tu sorridi, è domenica mattina c’è un gran silenzio, le finestre dei grattacieli celano camere da letto ancora addormentate. E correre a questo modo – dentro a quest’evento collettivo – pare una cosa buffa, perfino un po’ stupida, ma tu corri, senti la fatica ma ti senti bene, passi il segnale degli 8 km, e quello che ti arriva in quel momento, sulla litoranea, è una specie di magone, sale la voglia di piangere ma sei contento, percepisci la tua forza, possiedi la tua energia, e avverti che è la sola cosa che realmente possiedi, qualcosa che ha a che fare con la solitudine, ma stai bene e sei in mezzo a un sacco di persone: Bon Courage.
Le discese sono ingannevoli: la forza di gravità prende a braccetto l’inerzia e se non ti controlli: aumenti le falcate, scendi come un proiettile e all’inizio del tratto in piano ti corichi a terra come un pugile suonato.
Mi porgono una bottiglietta d’acqua. C’è una galleria ed è insolito correre dentro a un tunnel con le luci gialle e la linea centrale doppia, ti senti quasi un’automobile (ok ok, d’accordo, ho mantenuto una media di 10 km/h ma avete idea delle salite?). Costeggiando il porto guardo gli yacht: una sfilza di barche enormi e inspiegabili ed è lì che capisco di aver fatto benissimo ad aver dato ascolto a tutti quelli che mi sconsigliarono l’uso del lettore di mp3.
Ed è lì che nel soleggiato silenzio di questa stupenda domenica mattina esplode questo scalpicciamento di massa: cicicicicicici. Solo cicicicicici e aria e sole ovunque.
Ho l’orologio con il cronometro e il cardiofrequenzimentro ma non indosso il rilevatore del battito cardiaco, ma sul display c’è un cuore di cristalli liquidi che lampeggia comunque, 100, 120, 150, di nuovo 100. Sta captando il cuore degli altri corridori, ora di questo, ora di quest’altra. A sparare la rivoltellata del via c’è il principe Alberto II di Monaco. Il sole ora non è caldo, ma c’è una luce e un cielo che sembrano cantare. Facciamo un po’ di riscaldamento.
L’alba è vicina.
Riuscivo a vedere ogni più piccola cosa (cit.)
Postati in Lampadine, Mondo su 03/04/2008 da Davide
~ Jack Vettriano
(volevo raccontare della corsetta sul lungo mare, in mezzo ai palazzoni, ma i pomeriggi si sono fatti così lunghi e qui fuori si sta così bene)








