
Edward Hopper ~ 1939 ~ Corcoran Museum of Art: Washington, D.C.

Edward Hopper ~ 1939 ~ Corcoran Museum of Art: Washington, D.C.
Sottotitoli:
~La tecnologia o è amica o è nemica.
~Attenzione che la prendo larga.
~Se a Monte Carlo l’uso di lettori mp3 è proibito sono spacciato.
~Se non capite nulla non è grave.
In televisione passa il finale di Nuovo Mondo, e la musica cattura subito la mia attenzione. Quel film l’avevo visto al cinema, niente di indimenticabile, periodi e vicende dure raccontate lievemente, quasi come in una fiaba, dove nulla può realmente ferire o fare male. Il finale è curioso, i personaggi riemergono in uno sconfinato fiume di latte, riemergono alla vita, uno per volta, in un nuovo mondo e la sensazione che torna alla mente è quell’attimo di transizione tra il mondo in superficie e il mondo sommerso. E’ un momento speciale, ci sono rituali tecnici che aiutano a dimenticare lo scollamento che sta avvenendo, ma resta un’esperienza sorprendente. Respirare sott’acqua, o senza attrezzatura, in apnea, con quel silenzio che è pace assoluta. Va bè, dicevo, c’è ‘sta musica, ed è perfetta, e si sa che in questo periodo sono OneTrackMind e così devo immediatamente capire di che si tratta. E come si fa? Imdb non parla della colonna sonora, MyMovies nemmeno, ok, qui scatta la tecnologia, ne avevo già parlato qui.
Si chiama Tunatic. Cosa faccio? Trovo su YouTube il finale di Nuovo Mondo (*), alzo il volume, attivo Tunatic…fatto…appare il titolo: la canzone è Sinnerman di Nina Simone. Applausi..Buon ascolto.
(*) naturalmente, mentre scrivo e cerco il filmato di Nuovo Mondo su YouTube compaiono solo video e descrizioni del film dove campeggia: Nina Simone, Sinnerman.
Mentre bevevo il caffè, lo schermo su mtv, sopra al bancone del bar, passava un video, niente audio.
A casa ho fatto i compiti, ed eccola qui: Yael Naim.
Mica potevo non farvela ascoltare.
Buon lunedì..
Faccio anch’io il compito sulle vacanze di pasqua così poi non ci penso più, mi dimentico della scuola e di quella splendida esigentona della professoressa di spagnolo. Qui è già tutto un impostare di Out of Office e risposte automatiche. La lettura per le vacanze è L’uomo che cade di DeLillo, scritto con profonda leggerezza, ritrae i margini sfrangiati delle vite e dei corpi nel dopo nineleleven. Sono dipinte atmosfere ed impressioni rarefatte e dense, le tessere di un mosaico complesso e vasto a riavvicinarsi lentamente dopo un esplosione che scompagina, uccide e risveglia. Il mosaico forma ora un nuovo disegno. Qualcosa alla fine si è spezzato, stracciato. Si riparte da lì. Tutto è nuovo e va riscritto, indossando gli stessi abiti, abitando le stesse mura, amando o lasciando le stesse persone. E si finisce a Las Vegas dove Keith, il sopravvisuto Keith, si perde per settimane in atmosfere surreali, nulla distingue le notti dal giorno, le persone vagano in CasinòAlberghi sconfinati, come perse dentro a sogni infiniti, anonimi, fino a scomparire.
La donna che sbatteva le palpebre un giorno era scomparsa e non si era mai più vista. Era divenuta aria viziata. Keith non riusciva a immaginarsela altrove, a una fermata d’autobus, in un centro commerciale, e non vedeva perché doveva farlo.
Poi ci sarebbe la musica per queste vacanze pasquali, ecco dovrei costruirmi una compilation, una playlist, per correrci dentro. Mi servono brani pulsanti, qualcosa con dentro delle salite, belle donne e birra gelata, un cielo stellato, grandine e neve, e il vento, ma anche pochi ritornelli, un crescendo, va bene Bridge Scene degli Archive per esempio..
I can’t help but love the way you move
I can’t help but love the things you do
I can’t wait to feel you here with me
O anche Bushes di 1 Giant Leap & Baaba Maal..
Inviate alla redazione i vostri graditi suggerimenti, astenersi perditempo..
Sottotitolo: Black vasto blood.
Titolo originale ma non troppo: Il petroliere.

Author: Muckster
Durante i primi venti minuti non c’è un solo dialogo, e questa è una cosa che funziona bene, perché il film è vasto, e far parlare per un po’ le sole immagini rende tutto più vero e c’è valore nel concedere fiducia ai sentimenti e alle capacità di comprensione delle persone (cit.), poi sono vasti i terreni da acquistare e trivellare, è vasta l’ossessione e la solitudine del petroliere Daniel, è vasta la musica che colora di toni vivi e vibranti il presagio delle sciagure, è vasta – alla fine – la sua inutile ricchezza, ed è vasta la similitudine tra l’ipotetico bene: il predicatore commediante (*) – interpretato dal Paul Dano già maturo in Little Miss Sunshine – e il male che succhia frullati di petrolio.
Vince il petrolio.
(*) A qualcuno qui, non a caso, torna alla mente il Paul Thomas Anderson di Magnolia.
Ho visto Michael Clayton, il film è buono, nulla di nuovo ma un buon legal thriller. Nel film c’è dentro una interpretazione splendida di George Clooney e c’è dentro Tilda Swinton così brava da raggelare il sangue. E c’è dentro una scena bellissima, fatta di niente, Clooney in auto in fuga dai cattivi, vede su una collina dei cavalli, scende e va verso di loro. Si ferma di fronte a loro. Tutto qui. Come tutto qui era la scena in Collateral quando il tassista Max, con a bordo lo scomodo cliente-killer Vincent, incontra un lupo, è notte, è Los Angeles, e passa un lupo. Tutto qui.Per quell’attimo di verità con i cavalli, clicka qui.Per quell’attimo di verità con il lupo, clicka qui.Se intendete non vedere Michael Clayton, guardatevi il finale, qui. (oltre ai pensieri di Clooney provate a guardare chi hanno messo come taxista).

Foggia, 4 mar. (Ign) – Sono cominciati i primi trattamenti per conservare il corpo di Padre Pio riesumato nella notte tra domenica e lunedì dalla cripta della chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo.
Questo è il genere di notizie che vorrei sentire dalla voce di Poldone.
Author: Carolyn Meyer
Reperto storico, scritto nel 2000erotti in completa R. Carver addiction, lasciate le corde insaponate. (cit.)
Chioschi ed edicole stavano per aprire, gli edicolanti sventravano pacchi di giornali.
Ancora era buio. Per poco ancora. Guidavo piano. Si incontrano poche auto all’alba. Si incontrano solo persone all’inizio di qualcosa, delle loro giornate, o al più alla fine, niente è intermedio. Ero stanco e rilassato. Per quel giorno non volevo più pensarci. Sarei andato a casa e avrei dormito per qualche ora. Al risveglio avrei visto tutto sotto una luce diversa. Sì, ne ero certo. Era passato poco più di un anno da quando ero arrivato a Santa Cruz. Olla quella sera aveva insistito per invitarmi a cena. Voleva festeggiare per un certo provino che le era andato bene. Per quanto fossero accadute tutte quelle cose sapevo ancora vedere il suo fascino. Potevo sollevarmi leggermente come un dannato corpo fuori dal corpo e riconoscerla. Dio se era bella. Lo facevo per pochi attimi, sufficienti a riconoscermi e a vedermi come un battello che imbarcava acqua e filava alla deriva. I suoi capelli erano lucidi come schegge di lava e sul collo, al di sotto dei capelli raccolti vi erano dei capelli giovanissimi. Corti e sottilissimi. Come di una piccola bambina, di un altro piccolo collo. I capelli di Olla.
Sul marciapiedi un camion bianco con una grossa scritta rossa, Traslochi Herbert, stava per fermarsi. Dal portellone un ragazzo scese saltando giù a piedi uniti. Teneva in mano una lattina e aveva l’aria tutta stroppicciata come se avesse dormito nel camion.
La sera appena trascorsa non fu solo una sera al ristorante per festeggiare e tutto il resto. Olla mi parlò di cose sue molto profonde. Mi parlò della sua musica, del fatto che non era solo una questione di tecnica. Mi disse che in certi attimi era come sentire su di sè lo sguardo di dio. E di ricambiarlo. Mi parlò di cose molto intime in modo sereno e quasi distaccato, senza enfasi e con una chiarezza tale che colsi, percepì quegli stati d’animo come se li avessi vissuti in prima persona. Tanto capivo di cosa mi stesse parlando, quanto realizzavo di essere in un altro mondo. Olla se ne stava lì a parlare con un viso straordinario, nella luce della candela e tutto il resto. E io mi vedevo nel villaggio tecnologico in quella dannata canteen con quel distributore di sandwich. Dalla tarda mattina fino all’alba vivevo come un sonnambulo, come un naufrago ultra illuminato.
Passò un anno a quel modo, senza Olla e senza traccia di una risata. Me ne stavo giorni interi senza parlare ad anima viva. Ai meeting settimanali distribuivo il mio weekly report accompagnato da poche parole per lo più a bassa voce. Mi piaceva scender nella canteen quando era sera tardi. Prendevo qualcosa da mangiare al distributore e mi sedevo su uno di quei tavoli in fondo. Vicino alla vetrata, da dove si vedeva il prato illuminato che finiva nel boschetto del centro sportivo. In quei momenti, con la luce bassa della canteen avevo pensieri quasi normali, tornavo a provare stati d’animo di nostalgia e ricordi di quando ero all’università, a tutti gli amici che avevo, a Olla, alle feste e a tutto il resto. La gente del campus non è gente che viene a chiederti come stai tanto facilmente, avevo comunque la sensazione che mi trattassero – soprattutto negli ultimi tempi – come una strana specie di mosca bianca. La cosa mi dava anche un certo fastidio. Non volevo passare per un mezzo pazzo. Così per fare il promozionale cominciai a chiedere consigli su una certa auto che volevo comprare. Il mio conto in banca stava diventando mostruoso così finì davvero con il comprarmi quell’auto. Da quel giorno smisi di andare al lavoro in bici: per quanto abitassi a cinque minuti dal campus mi muovevo sempre in macchina. I miei tentativi si rivelarono vani: una mattina venni convocato dal comitato della direzione scientifica. Ci accomodammo in una saletta con le poltroncine e tutto il resto. L’unica dannata mosca bianca senza un tazzone di caffè in mano ero io. Mi dissero che i miei ultimi lavori erano di rilievo e tutto ma in un certo qual modo mi dissero che avevano notato – negli ultimi tempi- uno scollamento – che non accennava a diminuire – da quelle che erano le linee guida del progetto generale. Mi parlarono di una loro difficoltà nel cogliere l’applicabilità dei miei lavori.
Me ne stavo lì a guidare la mia bella macchina ripensando a tutte queste cose, a quella dannata saletta e a tutto il resto. Guidai lentamente quasi senza accorgermene, almeno fino a quando, svoltando, intravidi la porta bianca finto legno del mio garage. identica a tutte le altre. Fu lì che leggermente accelerai. Oltrepassai la casa accesi l’autoradio e, leggermente, ancora, accelerai. ~ ddn