Archivio per novembre, 2007

Apache

Postati in Lampadine, Mondo su 25/11/2007 da Davide

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(Photo: Cobalt)

Toadvine e il ragazzo fermarono i cavalli e contemplarono con gli altri quel deserto. Laggiù nella playa si frangeva un mare freddo e un’acqua scomparsa da migliaia di anni si stendeva come argento increspato nel vento mattutino.
Dal rumore si direbbe un branco di cani da caccia, disse Toadvine.
A me sembrano oche.
Improvvisamente Bathcat e uno dei Delaware voltarono i cavalli, li frustarono e gridarono, e la compagnia fece dietrofront e girò in tondo e cominciò a sfilare lungo il fondo del lago dirigendosi verso la sottile linea di arbusti che seguiva la sponda. Gli uomini balzarono giù dai cavalli e li impastoiarono con lacci improvvisati. Gli animali erano già legati e gli uomini stesi a terra sotto i cespugli di creosoto con le armi pronte a fare fuoco, quando apparvero i primi cavalieri, in lontananza sul fondo del lago, un fregio sottile di arcieri a cavallo che tremolava incerto nella calura crescente. Passarono sotto il cielo e scomparvero uno dopo l’altro, poi riapparvero, neri contro il sole, ed emergevano da quel mare estinto come fantasmi bruciati, con le zampe degli animali che sollevavano una schiuma irreale. Perduti nel sole e perduti nel lago, scintillavano e si raggrumavano e tornavano a separarsi, e aumentavano sovrapponendosi in spaventevoli avatar e cominciavano a fondersi insieme, e poi sopra, nel cielo sbozzato dall’alba, iniziò a profilarsi l’infernale riflesso dalle fila: cavalcavano immani a testa in giù, e le zampe incredibilmente lunghe dei cavalli correvano sulle nuvole alte e sottili e i guerrieri rovesciati urlavano appesi ai loro animali immensi e chimerici, e le urla forti e selvagge percorrevano il bacino piatto e brullo come grida di anime che irrompessero nel mondo sottostante attraverso una smagliatura nel tessuto delle cose.
Piegheranno a destra, urlò Glanton, e mentre lo diceva così fecero, per avvantaggiare il braccio armato d’arco. Le frecce salirono nel blu catturando il sole negli impennaggi, poi acquistarono improvvisamente velocità e passarono con un fischio smussato come un volo di anatre selvatiche. Il primo fucile fece fuoco.
Il ragazzo era sdraiato sulla pancia, teneva con tutte’e due le mani il grosso revolver Walker e lasciava partire i colpi lentamente e con cura, come se avesse già fatto tutto questo in un sogno. I guerrieri passarono a meno di trenta metri dalla compagnia, quaranta, cinquanta, poi risalirono la sponda del lago e cominciarono a scomporsi nella calura compatta e a sciogliersi e a svanire.

Cormac McCarthy – Meridiano di sangue – Einaudi

Post nucleare

Postati in Mondo su 24/11/2007 da Davide

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(Photo: JUNKU NISHIMURA)

Suona il citofono. Sabato mattina. In quel momento il pensiero era alle parole di una sera di qualche giorno fa. Su un particolare genere fotografico. Foto volutamente sbagliate. Apparentemente poco ricercate, zero costruite. Sfuocate. Risucchiate da contesti reali. Crudi. Penso alle foto di Junku Nishimura. Alla differenza che esiste tra due generi di scritti: un’intervista trascritta ad arte ed un dialogo estemporaneo, spontaneo, o anche uno scritto di fantasia. E ai loro corrispettivi reali. All’avvenuto senza narrazione. Nessun testimone. Nessun narratore. Come se nulla fosse esistito mai. Il vecchio discorso dell’osservatore che muta l’osservabile. Certe foto le rifiuta, ormai. Dice lei. Penso io – ora, tra le lenzuola – alle foto che ti senti di fare appena quell’immagine compare nel tuo campo visivo. Sono le foto che stanno sulle scatole dei cioccolatini, le foto cartonate e rese pezzi di puzzle. Per intenderci. Le interviste costruite tra il reale e la testimonianza. Fotografi come narratori. Non più, grazie. Forse è questo quello che intendeva, forse è quello che ho inteso io, osservando le grandi proiezioni di alcune sue foto, alte sopra la testa dei musicanti. Un pensiero che lievita in silenzio.
Mi alzo e apro, dopo aver rovistato tra i rumori del mattino senza udire lo scatto della luce delle scale, solo pioggia e solchi nell’acqua delle pozzanghere. L’auto passa e le pozzanghere si ricompongono. In un processo lento, inarrestabile. Nessuno apre, apro io. Avanti Postino, avanti Spazzino.

Made of:
Post-pittorico:

Ma quando dunque farò il cielo stellato che tanto mi preoccupa. Ohimè! Ohimè! è proprio come dice l’ottimo compagno Cyprien: i quadri più belli sono quelli che si sognano fumando la pipa in salotto, ma che non si fanno. Eppure si tratta di mettercisi, per quanto incompetenti ci si senta faccia a faccia con le perfezioni ineffabili degli splendori gloriosi della natura. (Vincent Van Gogh)

Post-lista controverso, rosso cupo, come il sangue rappreso sotto al quale dorme una ferita guarita. Lindsay Lohan e dintorni. Lontano dal paradiso.

7. Quando ho raggiunto un livello sufficiente di rehab da scrollarmi di dosso i calcinacci, mettermi un vestito da ballo, sorridere senza scoprire i denti e ricominciare a guardarmi attorno, attorno a me c’era il deserto.

Post-tecnologico:

“If you want something done, give it to a busy person.” Nothing makes you more aware of how you are spending your time like when you have no free time at all. Testing your application in a worst case scenario where it has to deal with large sets of data will help you find performance problems. It works the same way with other aspects of your life.

Percorsi

Postati in Lampadine, Mondo su 18/11/2007 da Davide

Stagno

Questa immagine mi ricordava una famosissima foto venduta all’asta a febbraio dell’anno scorso al prezzo record di 2,9 milioni di dollari. La cerco. La trovo. La foto s’intitola The Pond Moonlight è di Edward Steichen. Notevole:

Click on ~ Edward Steichen – Long Island, 1904 – The Pond Moonlight

Leggo qualcosa di Steichen ed arrivo ad Arthur Leipzig:

Click on ~Arthur Leipzig – East River, 1948 – Divers

Fatevi un giro, splendide.

Comanche

Postati in Lampadine, Mondo su 15/11/2007 da Davide

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(Photo: Buggs)

Nella brigata qualcuno aveva cominciato ad arretrare sul cavallo e qualcun altro a girare in tondo confusamente, quando dal fianco invisibile del branco sorse un’orda fantastica di lancieri e arcieri a cavallo armati di scudi adorni di pezzi di specchio rotto che abbagliavano con mille frammenti di sole gli occhi dei nemici.
Una legione di esseri orribili, a centinaia, seminudi o coperti da costumi attici o biblici o bardati di vesti uscite dal guardaroba di un sogno febbrile, pelli di animali e fronzoli di seta e brandelli di uniforme ancora macchiati del sangue dei precedenti proprietari, giubbe di dragoni trucidati, giacche di cavalleggeri con alamari e passamani.
Uno aveva il cilindro in testa e un altro l’ombrello e un altro ancora calze bianche da donna e un velo da sposa macchiato di sangue. Alcuni portavano in capo penne di gru o elmetti di cuoio greggio con corna di toro o di bisonte e uno indossava un frac all’incontrario sul corpo nudo e un altro la corazza di un conquistador spagnolo, con la pettiera e gli spallacci profondamente segnati da vecchi colpi di mazza o di sciabola inferti in un altro paese da uomini le cui ossa erano polvere.
Molti avevano i peli di altre bestie intrecciati nei capelli lunghi fino a terra, e le orecchie e la coda del cavallo adorne di pezzi di tessuto dai colori sgargianti.
Uno aveva dipinto di rosso cremisi la testa del suo animale, e le facce di tutti i cavalieri erano coperte da pitture così sgargianti e grottesche da trasformare la cavalcata in una brigata di clown di mortale allegria, e tutti ululavano in una lingua barbarica e caricavano come un’orda uscita da un inferno ancora più spaventoso della landa sulfurea immaginata dai cristiani, fra urla e guaiti, avvolti dal fumo come quegli esseri fantastici che dimorano in regioni poste al di là della ragione umana, dove l’occhio si perde e la bocca sbava e si contrae.

Cormac McCarthy – Meridiano di sangue – Einaudi

‘Notte

Postati in Mondo, Spettacolo su 13/11/2007 da Davide

Song: i Gaer
Artist: Sigur Rós
Album: Hvarf-Heim
Year: 2007

Non ci sono per nessuno

Postati in Mondo su 11/11/2007 da Davide

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Mi trovate qui.

Update:
Vendo il passcode per lo stage 18.

1296 permutazioni

Postati in Mondo su 11/11/2007 da Davide

Sottotitolo: Come trovare accettabili alternative ad una partita di Yu-Gi-Oh!

MasterMind

We only said good-bye with words

Postati in Spettacolo su 06/11/2007 da Davide

He left no time to regret
Kept his dick wet
With his same old safe bet
Me and my head high
And my tears dry
Get on without my guy
You went back to what you knew
So far removed from all that we went through
And I tread a troubled track
My odds are stacked
I’ll go back to black

We only said good-bye with words
I died a hundred times
You go back to her
And I go back to…..

I go back to us

I love you much
It’s not enough
You love blow and I love puff
And life is like a pipe
And I’m a tiny penny rolling up the walls inside

We only said goodbye with words
I died a hundred times
You go back to her
And I go back to

Black, black, black, black, black, black, black,
I go back to
I go back to

We only said good-bye with words
I died a hundred times
You go back to her
And I go back to

We only said good-bye with words
I died a hundred times
You go back to her
And I go back to black

Il grande capo

Postati in Cinema, Lampadine, Spettacolo su 04/11/2007 da Davide

Lars von Trier

Due parole su questo film, Il grande capo, di Lars Von Trier.
Lars Von Trier è un grande, nei suoi lavori si ritrova come inconfondibile marchio la capacità di ritrarre microcosmi con esattezza e profondità uniche. E, come disse quel tale, sapere ben conoscere una zolla significa capire il campo intero.

In The Kingdom, serie TV di qualche anno fa, la zolla era un universo ospedaliero surreale.

Il suolo sotto l’ospedale era un’antica landa paludosa dove un tempo i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli che poi stendevano per la sbiancatura. Il vapore che si sprigionava da quelle enormi distese di panni avvolgeva il luogo in una nebbia permanente…

In Dogville la zolla è un piccolo villaggio, lo spaccato di un’oscena società. Piccoli, crudeli, inutili uomini doppi.

Ne Il grande capo la zolla è un’azienda informatica danese che sta per essere acquisita da una società islandese. Il capo è solo una parte attoriale, un ruolo da interpretare, conta il carisma, conta ricordare che in ogni società esistono impiegati affaccendati nel duro lavoro quotidiano e impiegati preposti alla sola riscossione dei meriti. In rarissime occasioni le due figure coincidono. Conta infondere fiducia, essere inflessibili, dare l’impressione di conoscere le più complesse strategie, dovere prendere decisioni sofferte ma giuste e di saperle prendere in modo deciso. E ciò che si è trascurato per leggerezza e per scarsa conoscenza è solo qualcosa che si è intenzionalmente ignorato nel complesso e illuminato processo decisionale che solo i capi, oracoli moderni, sanno esercitare. Il capo ha la conoscenza. Il capo è l’alibi e il movente. Vittima e carnefice. Il capo è solo. Il capo dorme male. E’ l’indifferente carceriere. E’ uno sporco lavoro e qualcuno lo deve fare, e nessuno è meglio di Jens Albinus, fanatico del grande Gambini, grande interprete del monologo de Lo spazzacamino nel paese senza camini. Grande attore, grande capo.
99 minuti d’aria. Da vedere.

In foto: Lars von Trier, la foto (peraltro bellissima) ha vinto il premio speciale della giuria del Sunday Festival di Zugo (!), celebre Festival Internazionale della fotografia. Dopo aver visto la foto Lars mi ha telefonato complimentandosi per la capacità di averlo saputo ritrarre come mai nessuno aveva saputo fare prima. Dicendomi che la messinscena, la trasposizione cinematografica di ogni verità, di ogni idea ne muta lo stato. L’atto della narrazione e dell’osservazione mutano l’osservabile. Che secondo lui il gesto del racconto non deve mutare l’essenza del raccontato. Il compromesso sta nell’operare la messinscena in modo evidente all’osservatore, non rappresentare un accettato inganno, tutta l’impalcatura narrativa diventa palese, funzionale e subordinata all’idea. Nettamente svincolata dall’idea. Il portavoce e l’interprete si fanno messaggeri, neutri. L’idea è immutata. E così la foto, la foto nemmeno ci prova ad essere vera, non sono io e nemmeno la mia rappresentazione. E’ l’immagine di una vecchia immagine. Non vi è collocazione spazio temporale. Quello sono io.
Prima che la linea si interrompesse gli ho spiegato che avrebbe potuto scaricarsela da Flickr, la foto, ma la voce si stava già rompendo in piccoli frammenti, grumi metallici. Ciao Lars..fatti vivo.