Anni fa visitai il carcere di Alcatraz ed ascoltai le registrazioni di vecchi detenuti, testimonianze lontanissime. I detenuti dell’ala sud avevano le celle a pochi metri da alte finestre chiuse da grate e reti fitte. D’inverno penetrava il gelo proveniente dalla baia e dall’oceano, mentre in certe sere d’estate, con certe condizioni di vento i detenuti arrivavano a sentire le risate delle ragazze, la musica dei locali, suoni lontanissimi e meravigliosi provenienti da Fisherman’s Wharf, da Marina Boulevard e forse addirittura da Sausalito. Ascoltavano in silenzio.
La finestra è spalancata sul cielo notturno e i tetti della città. Dalla strada entra il blu della notte, arrivano voci e l’odore di sigarette. In tv sta passando Ho affittato un killer di Aki Kaurismaki, un killer malato terminale cerca la sua preda: un francese arrivato al capolinea, vittima e mandante, un francese che poi cambia idea, ovvio. Per una donnna, ovvio. In una scena il killer si trova in un bar e su un palchetto Joe Strummer strimpella e canta una canzone ad un pubblico inesistente. Joe Strummer ha una voce bellissima. Le voci andrebbero collezionate. Le voci di nonne che indicano la mia barba incolta, e dicono con orgoglio: hai il pizzetto naturale come il nonno Eugenio, o voci di nonne affascinantissime che impostano il tono di una voce che sa di mare e tabacco e cercano di imitare la mia, spessa e grave, per schernirmi. E ridiamo. E voci di anziane governanti che dicono O povri povar, con l’orgoglio e il portamento dei capi tribù, indiani Sioux.
Anni fa visitai il carcere di Alcatraz, vidi e compresi come tutte le prigioni hanno la stessa forma e lo stesso odore. C’era una cella di punizione piccola e priva di finestre. L’interno era totalmente in ferro. Pavimento, pareti, soffitto. Una scatola cubica con spigolo di poco più di due metri. Entrai e accostai la porta. Ripensai alle parole del detenuto. Quando ti spedivano in quella cella non sapevi mai per quanti giorni ci saresti rimasto, d’altronde presto avresti perso la cognizione del tempo confondendo la notte con il giorno. Nell’oscurità totale chiudevi gli occhi, prendevi confidenza con la percezione di quell’oscurità fino ad intravedere, in fondo, in lontananza, una luce. Là nascevano le tue immagini, là ponevi il tuo televisore e trascorrevi ore a guardare amici, auto, tua madre, il frigorifero di casa, la tua donna. Altre volte ti staccavi un bottone dalla camicia. Lo gettavi. Ti inginocchiavi e cominciavi a cercarlo. Quando l’avevi trovato, lo ributtavi di nuovo.
Esco, la luce mi acceca, quante cose arrivano agli occhi.
Anni fa visitai il carcere di Alcatraz e quando l’addetto all’imbarco ci fece salire sulla barca per tornare a S.Francisco disse ridendo e con fare teatrale: Escape from Alcatraz. Nessuno rise.