
I miserabili stanno in piedi fuori dal teatro coi loro bicchieri di carta bianca vuoti, altri miserabili stanno seduti dentro al teatro. E ancora sui consumi sulle borse sul tempo sul valore delle cose su un limite da porsi, da subito, anche solo un pelo più alto di quello che si pensa possa essere il nostro bisogno. E poi raggiungerlo e fermarsi. Essere sufficientemente ricchi da potersi comprare il proprio tempo. Così ricchi da non essere una scatola vuota senza l’asfissia di un lavoro che ti prende tutto e che a te, in fondo, non serve, non dà nulla. E sui debiti, e sulla borsa. Sui debiti che una volta non c’erano, che li avevano solo i ricchi, i debiti, solo le persone molto ricche. Che le persone normali non facevano debiti. Facevano sacrifici. E che ora, si sa, i televisori li vendono sottili sottili, formato A4. Risme di televisori, li vendono a risme. E gente che a casa ne ha due. L’ultimo l’ho pagato 39€ (la rata, ovvio) e inizio a pagarlo nel 2009. E se muoio? No che non muoio, non mi faranno morire mai, finchè non l’ho estinto. Mai. E la morte poi. La morte è un’esperienza acquisita, si muore ché si vedono gli altri morire, da solo tu, di tuo, non moriresti mica. E che la ginnastica la faccio in palestra. La faccio perché pago. E pure cammino sulle braci ardenti perché pago. Che ha senso perché pago. E la lavatrice ha più memoria di me e che non me lo fa pesare. Qualcosa di Grillo, qualcosa di suo, dei primi anni, dei primi Album. Qualcosa di già sentito, di assolutamente già percepito. E che ora non si studia per l’esame a settembre, ora si accumula un piccolo debito formativo. Tenti di estinguerlo a settembre, tuttavia non agitarti, niente ansia momentanea, niente sacrifici, portalo avanti con te, alla peggio, all’anno successivo. Mai così felici. Mai così ricchi. Mai così vuoti e miserabili. Col tailleur sul divano la sera tardi, sfatti davanti ai televisoroni. Il lavoro, il mutuo, i nonni. Mai così poveri. Mai così istruiti dentro agli helpdesk. Tutto buttato lì sul tavolo. Carte e fogli sparsi. La Thatcher con le basette e, si sa, le palle. Le Palle. Se ne torna a casa a 65 anni. Che a quell’età, qui, neanche alla scuola materna di Montecitorio ti fanno entrare, altro che uscire. E le morti bianche. E le agenzie di viaggio, le agenzie per il lavoro interinale. Che hanno le stesse vetrine. E quanto è vero. Con affisse le stesse offerte. Che si occupano delle stesse cose. Il tempo libero delle persone. Per un tempo limitato. Molto limitato.
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione. (Giorgio Gaber, 1972)
«Miserabili. Io e Margaret Thatcher», Teatro Strehler, dal 27 febbraio al 18 marzo. Ore 19.30 (mart. e sab.) e 20.30 (merc.-giov.-ven.), fest. 16, l.go Greppi, tel. 848.800.304, euro 22,5-19,5.
(Pare che ora tutto sia tornato a funzionare, mica per caso eh…)